イタリア語訳「どんぐり」

寺田寅彦の短編「どんぐり」を
イタリア語に翻訳したので掲載します。
原文は、ウェブで見られるので
そちらをご覧ください。
一応イタリア人の先生のチェックも受けています。
ハイフォネーションがうまく行かないのはご容赦。

LE GHIANDE
Scritto da Terada Torahiko
Tradotto da Inouoe Takao

Non posso ricordare quanti anni fa, ma ne ricordo bene la data. La sera del 26 dicembre, quando la fine dell’anno s’avvicinava, mia moglie è andata con la domestica alla festa patronale del tempio di Marishiten [divinità tutelare dei samurai, originaria dell’India] a Shitaya. Tornata a casa alle dieci della sera, tirando fuori dalla manica i kin-tsuba [una specie di dolce giapponese] e le castagne arroste come souvenir, e mettendoli tranquillamente sull’angolo del tavolo dove io stavo leggendo il quaderno, lei è entrata nel bagno, ma poco dopo, uscendò di là, tutta pallida, s’è seduta accanto al mio tavolo e contemporaneamente ha tossito e vomitato sangue. A stupirsene non è stata solo lei. Trovando che anch’io ero tutto impallidito, lei s’è disperata di più, di ciò lei m’ha parlato dopo.
Il giorno seguente, la domestica ha chiesto un congedo dopo esser andata a ricevere la medicina. Diceva che queste parte erano tanto pericolose che si facevano porcherie ogni volta che lei andava a far la spesa, e che non poteva sopportare per causa di paura e inquietudine. Ma io ho detto,«Non so più che fare se tu te ne vai d’un tratto, perché ho una malata a cui badare, come vedi. Pazienta almeno finché ci venga una sostituita.» Visto che il padrone, anche se un semplice studente, supplicava quasi in lacrime, quel giorno lei ne ha abbandonato l’idea. Tuttavia, lei è tornata il giorno dopo, alla fine, dicendo che i suoi genitori al suo paese erano tanto ammalati o qualcosa di simile. Ho chiesto alla vecchietta del negozio di risciò, che era venuta per l’incasso dei crediti. Dicendole che qualunque persona sarebbe stata brava, gli ho fatto far venire dal Kei-an una donna che si chiamava Miyo.
Per fortuna, Miyo era di buon cuore e onesta, essendo un po’ ingenua e credendo che un cane procione si trasformasse in un uomo, ma ad ogni modo curava l’ammalata fedelmente e non s’arrabbiava quando era sgridata, e ogni tanto faceva errori. Le è capitato di far cadere un lavandino in mezzo alla stanza, causando una piccola inondazione, e anche di mettere la brace del kotatsu [riscaldamento giapponese] nello scaldaletto, andando a letto, e fare un buco sul futon e sul tatami, con un diametro di circa trenta centimetri. Nonostante ciò, la mia gratitudine per Miyo non si diminuisce fino ad oggi.
Il tempo passava e s’avvicinava spietatamente la fine dell’anno, senza che si potesse giudicare se l’ammalata migliorasse o si aggravasse. Avevo da prepararmi per il nuovo anno, ma non sapevo che cosa comprare o che cosa farmene. Eppure Miyo, ascoltando quello che l’ammalata ha ordinato, continuava a lavorare tutto il giorno con la sua opinione aggiunta a questo ordine. Poco dopo la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno, lei s’è accorta che le carte dello shoji erano terribilmente strappate, ed è andata fuori, con il cappuccio della mantella, portando un piatto solo, a comprare la colla di cinque rin [millesimo yen] a Morikawa-cho. Quella notte, continuava a fare musubi-gonnyaku [konnyaku annodato] fino a dopo le tre del mattino.
Era arrivato il nuovo anno felice nel mondo intorno a noi, e continuava il tempo mite. Anche la paziente stava ristabilendosi a poco a poco. Lei, nei giorni senza il vento, veniva fuori sulla engawa [veranda pianoterra] nel sole, faceva qualche gru con l’origami [carta giapponese con bellissimi disegni], cuciva il vestito della bambola custodita, e anche suonava Kuro-kami [Capelli Neri] con lo shamisen sul letto nei giorni nuvolosi e freddi. E di quando in quando imbarazzava me e Miyo, dicendo le cose inquiete e lamentose. Lei era allora già in gravidanza, e aspettava in maggio il primo parto, oppure la gran difficoltà delle donne. Per di più, si diceva che lei avesse l’anno molto infausto di diciannove anni. Io, nelle notti delle vacanze di Miyo, ogni tanto, seduto davanti al tavolo e ascoltando il respiro solitario di mia moglie nella camera accanto, guardavo il lampadino e tiravo un lungo sospiro. Mia moglie credeva totalmente nella mera consolazione del medico e pensava che lei avesse avuto solo un’emorragia tutta temporale della trachea. O forse non voleva credere che non fossse vero. Tuttavia, sembrava di avere un po’ di inquietudine nascosta, e qualche volta mi ha domandato, «Anche se fosse una vera tisi, non si potrebbe dire che sia incurabile, no?»
E una volta, chiedendo insistemente, «Tu nascondi qualcosa, ne sono certa, non è vero?»,
cercava di leggere negli occhi miei. Mi faceva pena di guardare questo suo sguardo ansioso, pieno di preghiera, quindi io ho negato con la risposta dura, «Sciocchezza, non ci può essere una cosa simile!» Mi pareva che lei si contentasse di questa risposta per un momento.
Lei stava meglio a poco a poco. All’inizio di febbraio, lei prendeva un bagno, e s’acconciava i capelli. La vecchietta del negozio di risciò diceva, «Ho sentito che tua moglie è già completamente guarita», essendone tutta convinta da sola, e tirando il conto fuori dalla tasca ha detto, «Sono felicissima, lei è guarita presto presto.» Quando io sono andato dal medico a domandarglielo, lui m’ha detto che lei non stava né bene né male, dandomi una riisposta insicura, «Comunque lei è in gravidanza, questo maggio è un tempo molto importante.»
Nonostante ciò, lei stava meglio passo a passo. Un giorno, verso la metà di febbraio, quando il tempo era mite e non tirava vento, le ho proposto di accompagnarla all’orto botanico perché avevo ottenuto il permesso del medico, e lei era tutta felice. Allo scendere sul giardino della casa per uscire, lei m’ha chiesto di aspettare un momento perché aveva i capelli troppo scompigliati. Io sedevo sulla engawa, con le braccia conserte in seno, dando un’occhiata intorno sul giardino solitario. I crisantemi dell’anno scorso rimanevano estirpati e pietosamente marciti, su cui qualcosa come un pezzo di carta di chiyogami era preso e tremava anche senza il vento. Ho trovato due fiori sbocciati completamente sui rami di ume [susino giapponese] di fronte al lavandino. Avvicinandomi e guardando bene, ho scoperto che c’erano i fiori artificiali legati al ramo. Forse era una burla dell’ammalata. Ho sbirciato attraverso il vetro dello shoji del soggiorno, e ho visto mia moglie che, seduta davanti alla toletta, si pettinava i capelli sciolti che teneva appesi dalla mano. Credevo che lei tentasse di lisciarsi un po’ i capelli, ma mi sembrava che cercasse di acconciarli di nuovo. Sarebbe stato meglio non farlo, ma io l’ho sollecitata a finirla presto, tornando al salotto e sdraiandomi a guardare il giornale che avevo già letto quella mattina. Le ho gridato ad alta voce di sbrigarsi. Lei ha detto, «Più mi solleciti, più tardi faccio.» Io, girando zitto zitto intorno ad un lato della cucina, sono uscito al cancello. I passanti sulla strada mi guardavano tanto fisso che non mi è rimasto che camminare. Ho gironzolato per circa mezzo cho [circa cinquanta metri], mi sono voltato a vedere che lei non era ancora uscita fuori, quindi sono tornato indietro, e come prima, ho girato dal lato della cucina alla engawa per sbirciare mia moglie, trovando che Miyo stava consolando lei che piangeva come una bambina, accasciata a terra. «E’ troppo. Vada pure tutto solo dovunque vuole», lei diceva. Miyo, calmandola, le ha consigliato di uscire comunque, e alla fine mia moglie s’è decisa ad andar fuori. Quando ho detto, «Oggi è un giorno in cui il cuore umano si vaporizza e si muta in foschia», lei ha risposto di sì senza interesse e ha fatto un sorriso forzato, camminando faticosamente con i setta [sandali di corteccia di bambù con il cuoio sotto il fondo] trascinati, a un po’ meno di due metri dopo di me. Per la prima volta ho notato che lei era assai grossa intorno alla cintura sulla pancia. Camminava molto stranamente. Ma mi seguiva con calma. Pentendomi che sarebbe stato meglio di aver fatto venire anche Miyo, io affrettavo il mio passo senza parole. Entrati per la porta del giardino botanico, abbiamo salito direttamente un pendio largo e non erto e poi abbiamo girato a sinistra. Il giardino pieno del sole mite, e la terra senza né fiori né verde che sembrava addormentata. Le pareti imbiancate apparivano brillanti, e non si vedevano che due o tre persone le quali guardavano nelle finestre con le mani nel petto, mentre non c’era acqua dalla fontana. Anche le ninfee aspettavano l’apparizione delle nuvole di piena estate, dormendo ancora nel fango freddo. Dalla serra uscivano quattro o cinque vecchiette di campagna, con il rumore di geta, e con gli aspetti confusi, mentre noi ci siamo entrati. L’aria tropicale, umida, e colma di vigore ha attaccato i nostri cervelli entrando per le narici. Anche oggi, come sempre, sospettavo che cosa avrebbero fatto di questo tetto le palme e le muse, quando fossero cresciuti un po’ più. Mi rammentavo che qualcuno m’aveva detto che non c’era stata malattia di petto nel paese di Jawa. Visto che mia moglie toccava un filo d’erba con le macchie rosse sullo sfondo verde, le ho detto, «Non toccarlo. Può essere velenoso», allora lei ha staccato la mano in fretta, e con il viso accigliato, ha odorato un po’ le punte delle dita. I corridoi ai due lati erano in fiori rossi qua e là, e si potevano vedere i visi spensierati dappertutto. Mia moglie m’ha detto che provava un vago malessere. Non mi pareva che avesse una brutta cera. Sarebbe forse perché era entrata d’improvviso nell’aria tiepida. «Devi andar fuori presto. Ritornerò dopo aver visto un po’ più», le ho detto. Lei esitava per un momento, ma è uscita tranquillamente. Pensavo di vedere solo dei fiori rossi e di uscire subito, ma essendo serrato fra la gente e non potendo uscirne presto, appena sono potuto venir fuori, non trovando là mia moglie. Mi sono guardato intorno per sapere dove era andata, e l’ho ritrovata appoggiata senza forza sulla panca del gazebo tutto lontano, sorridendo verso di me.
Il silenzio del giardino non è cambiato da prima. Sembrava come se la forza invisibile del raggio del sole reprimesse tutta l’attività sulla terra. Siccome lei ha detto che stava tutta meglio, le ho proposto di tornare a casa a breve. Lei, un po’ meravigliata, mi guardava nella faccia, ma mi ha suggerito che andassimo verso lo stagno, per esempio, dato che era una grande occasione di uscir fuori insieme. Ero d’accordo e ci siamo volti a quella direzione.
Mentre discendevamo il pendio ripido, due o tre studenti universitari sono venuti da giù, parlando su Aristotele o una cosa simile. Nel gazebo sull’isoletta dello stagno, una signora elegante con gli occhiali faceva giocare un bambino nella divisa navale ed una piccola bambina. Il bambino nella divisa, raccogliendo i sassolini, li faceva scivolare con un suono comodo. Sulle hanshi [carta bianche per calligrafia] stese sopra la panca, c’era un gran pezzo di kasutera [dolce d’origine portoghese]. «Voglio una bambina come quella», mia moglie ha detto insolitamente.
Camminavamo sotto la pendice verso l’uscita. Non si trovava niente. Dietro di me, mia moglie ha gridato all’improvviso, «Oh, ghiande!», ed entrava nel fianco della strada, sulle foglie cadute. Davvero, c’erano ghiande innumerevoli mischiate con le foglie, sulla terra gelata sotto le pendici. Lei , accovacciata là, s’era messa a raccoglierle con fervore. A vista d’occhio, la sua mano sinistra se n’è riempita. Anch’io ne ho raccolto una o due e le ho gettato verso il tetto del gabinetto lassù, vedendole rotolare rumorosamente e cadere laggiù. Lei ha tirato il fazzoletto da sotto la cintura e, stendendolo sulle ginocchia, continuava a raccogliere le ghiande con entusiasmo. «Adesso basta, sei sciocca!» le ho detto, ma lei non l’ha smessa ed io sono entrato nel gabinetto. Quando sono uscito, lei ancora le raccoglieva. Io le ho chiesto, «Che farai tu di tante ghiande che stai raccogliendo?», e lei, sorridendo divertitamente ha detto, «E’ perché mi fa piacere raccoglierle.» Adesso che teneva il fazzoletto pieno di ghiande, ero sicuro che lei l’avrebbe smessa, però, questa volta ha detto, «Dammi il tuo fazzoletto.» Alla fine ha riempito il mio fazzoletto di qualche go [0.18 litro] di ghiande, e ha detto tanto ottimisticamente, «La finirò. Torniamo a casa.»
Mia moglie, che ha raccolto le ghiande con gioia, non c’è più. Sulla terra della sua tomba sono fioriti qualche volta i piccoli fiori di muschio. Nella montagna cadono le ghiande e anche le foglie morte alla voce di hiyodori [uccello stanziale un po’ più grande di un merlo]. Questo febbraio, ho portato Mitsu-bo, il figlio della mia defunta moglie, che avrebbe compito sei anni all’anno nuovo, a questo giardino botanico, gli ho fatto raccogliere le ghiande come allora. Non so se ci sia qualcosa come l’ereditarietà in una cosa insignificante come questa, ma Mitsu-bo se n’è divertito molto. Ogni volta che lui ha raccolto cinque o sei ghiande, venendomi accanto, le getta nel fazzoletto esteso nel cappello. Guardando la preda che stava aumentando, lui s’è arrossito, avendo il viso che si sarebbe sciolto. I lineamenti rimanenti della sua madre si sono intravisti da qualche angolo di questa faccia innocente, rammentandomi la vecchia memoria affievolita. «Babbo, babbo, è una grande ghianda, anche questa, questa, questa, tutte sono grandi ghiandine!» Lui toccava, con il suo piccolo dito fangoso, ogni testa delle ghiande accumulate nel cappello. «Grandi ghiande, piccole ghiande, tutte sono le ghiande saggi,» cantando qualcosa come una canzone scolastica inventata, lui ha ricominciato a raccogliere, saltando talvolta. Io, guardando fisso fisso il suo profilo innocente, ho pensato che qualsiasi difetto e merito della mia moglie, il suo amore per le ghiande ed anche la sua abilità nel fare le gru di carta, si sarebbe potuto ereditare, ma ho sperato profondamente che non si ripetesse a questo bambino il destino della sua madre che ha avuto l’inizio e la fine infelici.

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テーマ : イタリア語
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井上孝夫

Author:井上孝夫
多言語の学習・研究、多言語読書を長年続けています。著書に新潮新書『世界中の言語を楽しく学ぶ』『その日本語、ヨロシイですか?』あり。マンガ・イラストの別ブログ「スケッチ貯金箱」もやっています。

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